Insulta i dipendenti: viene licenziato
Scatta il licenziamento per giusta causa nei confronti del capo che “con espressioni rozze ed eccessive” insulta i dipendenti “in violazione dei principi di civiltà che non ammettono eccezioni, o
attenuazione, neppure nell’ambito delle relazioni professionali”, compresi gli ambienti di lavoro “informali”.
Lo sottolinea la Cassazione che ha confermato la perdita del posto nei confronti di Michele D., capo reparto del settore macelleria di un supermercato milanese, che era solito mortificare le tre
lavoratrici
sottoposte al suo potere gerarchico con frasi del tipo “bastarde, figlie di p…., toglietevi dai c…, vi faccio licenziare”.
La società datrice di lavoro — la Standa — venuta a sapere di questo comportamento aveva licenziato il caporeparto ma il Tribunale di Milano aveva ritenuto eccessiva la sanzione e lo aveva
reintegrato nel posto di lavoro.
La Corte di Appello di Milano, invece, con sentenza del 2005, aveva convalidato il licenziamento sottolineando che “per quanto l’ambiente di lavoro possa essere informale, nel comportamento e
nel lessico usato non ci si può spingere fino alle maniere rozze ed eccessive e ad usare la voce alta, peraltro nelle vicinanze degli spazi frequentati dalla clientela, per richiamare i dipendenti ad
una più esatta osservanza dei loro obblighi”.
Questo punto di vista è stato pienamente condiviso dalla Suprema Corte - con la sentenza 4067/2008 - che ha aggiunto
che un simile comportamento lede “la dignità e l’amor proprio del personale, oltretutto sottoposto a vincolo di gerarchia nei confronti del capo che commette tali scorrettezze”. Così il ricorso del
capo scurrile è stato rigettato.
Slai Cobas
Commercio

